
Siamo una generazione che ha conosciuto ben poco la necessità di stare all’erta e di essere prudenti nel semplice atto di uscire di casa.
Per questo motivo abbiamo sempre fatto fatica a comprendere ciò che per tutti gli altri animali è cosa assolutamente ovvia e naturale: e cioè che si è al sicuro e ci si può rilassare solo quando si è in tana, e che nel mondo ci si va con accortezza e con un occhio sempre attento all’autoconservazione e alla protezione di chi ci è caro.
Ora anche noi viviamo la sensazione di non essere invincibili, e dobbiamo guardare in faccia i nostri predatori, non potendo più fingere che non esistano.
Per sentirci al sicuro dobbiamo, in questi giorni, mettere il naso fuori di casa il meno possibile e allontanarci poco, restando all’interno di un territorio limitato alla nostra capacità di controllo, e chi sa mettersi in ascolto ed è mosso dalla voglia di sperimentare sta scoprendo quanto estraneo e sconosciuto sia spesso il mondo appena fuori dal proprio uscio.
La necessità che attualmente stiamo sperimentando di dover limitare i rapporti con individui estranei al nucleo familiare diventa salvaguardia della nostra possibilità di sopravvivere, esattamente come per tutte le altre specie, per le quali il distanziamento sociale (ovviamente tra soggetti appartenenti a branchi diversi) è naturalmente incoraggiato dalla pressione ambientale, in quanto riduce, tra le altre cose, il rischio di contagi in caso di epidemie.
La nostra cultura ci ha portati a superare alcuni limiti e a vivere con estrema disinvoltura condizioni ambientali e stili di vita che per altri animali non sono affatto espressione naturale.
Quando parliamo di animalità dobbiamo mettere in conto che essa è anche e soprattutto questo: è diffidenza, attenzione continua, prudenza, capacità di essere invisibili, tempismo, saper cogliere le opportunità.
Animalità non è scorrazzare per i boschi senza alcuna prudenza, ma allontanarsi dalla tana solo quando necessario; non è ridurre le distanze con chiunque, ma studiare gli altri con attenzione, valutando la loro capacità di impostare un incontro senza rischi; non è rilassarsi e abbandonare ogni forma di controllo, ma investigare, affermarsi, studiare mappe territoriali e spazi condivisi, cercare cibo, consolidare alleanze.
Per noi umani dover rinunciare (temo inevitabilmente per almeno un certo periodo) alla facilità di movimento e imparare a convivere con questo nuovo stile sarà molto difficile e doloroso.
Ma sono convinta che i nostri cani siano molto più attrezzati di noi per vivere con tranquillità il particolare momento storico che ci attende; a dire il vero, penso che questa sia esattamente la loro vera dimensione.